Si mise sulla poltrona e, slacciandosi la zip, tirò fuori l’enorme cappella. La potevo vedere, già umida e gonfia, pulsava come se avesse un cuore al posto del membro. Mi mostrava il cazzo come solo lui sapeva fare ed avevo voglia di farmelo sbattere in bocca. Non mi era concesso. Lui era il padrone e lui dettava i tempi. La sua ricetta funzionava, lui la chiamava la dieta del cazzo, ed in effetti lo era. Quell’intruglio che ingeriva ogni giorno lo rendeva un toro. O forse era solo il suo cervello ed il controllo mentale del suo corpo. Non lo so, io lo amavo, di giorno invisibile al mondo, di notte una bestia da letto mai sazia. Sosteneva di avere la ricetta per la virilità, un mix di frutta e zenzero. Ma come fare a capire se fosse davvero così? Era sempre eccitato e sempre pronto a scoparmi. Scherzosamente gli dicevo sempre di brevettare la formula energetica.
Ora mi trovavo legata, a pecora, come piaceva a lui, la faccia rivolta verso il suo membro, semi grondante di sborra mista alla mia saliva. Il suo sapore in bocca era così dolce… Quanto mi piaceva il suo cazzo! Il mio culo con le chiappe ormai arrossate dalle sue mani dure e piene, messo in direzione di quello specchio antico, rifletteva al mio padrone il dildo infilato nella mia figa colante ed il plug con il brillante azzurro nel mio buco del culo. Lui era innamorato del mio orifizio anale: quando mi leccava la vulva, assaporava tutto di me e non si faceva mai mancare il sapore dell’ano. Ci infilava la lingua come se fosse un dito e passava minuti interi ad assaporarmi come un piatto prelibato. Mi scrutava e, nonostante avessi le mani legate dietro la schiena e due cuscini sotto il mio ventre nudo, potevo muovermi spingendomi sul letto con le cosce. Avevo troppa voglia di prenderlo in bocca, volevo mi scopasse forte, come lui sapeva fare. La sua potenza non stava nella dimensione del cazzo, o meglio, era dotato, parecchio, ma la vera magia risiedeva nell’erezione a comando. Avevo già tutta la sua seconda sborrata sulla mia faccia e quel cazzo era già duro e pronto. Lui sosteneva che solo io gli facessi quell’effetto, ma come potevo esserne certa, in fondo non mi ero mai sentita così desiderabile. I suoi occhi non mentivano e gli sguardi che mi concedeva distruggevano ogni mio dubbio, mi sbranava con gli occhi.
Prese una fascia di cotone dalla sua valigia argentata, mi afferrò i piedi e li legò entrambi alla base del letto, poi mi slegò le mani e me le rilegò portandomele davanti. Ora ero comoda, ma in trappola. Ero il suo oggetto. Mi sentivo una porca vulnerabile, ero la sua troia e sapevo che mi avrebbe usata ed abusata come piaceva a lui. Come piaceva a me! Prese il telefono e non so a chi… ma di sicuro mandò un messaggio a qualcuno… Ero in panico. Non capivo cosa mi sarei dovuta aspettare. L’eccitazione si fondeva alla paura, lo stomaco si contorceva e sentivo un senso di sbandamento mentale, nel contempo però ero in estasi e continuavo a grondare umori dalla vagina. Ero talmente eccitata e spaventata che anche il plug nel mio culo era umido come non mai.
Si avvicinò alla porta e l’aprì lasciandola socchiusa. Poi con un gesto automatico ruotò il regolatore di luci e si creò un’atmosfera esageratamente oscura. Non riuscivo più a vedere nulla. Attimi e sensazioni riempivano l’atmosfera. Accese la luce rossa del comodino. Ora lo intravedevo, nuovamente su quella poltrona con il cazzo nella mano sinistra e con un calice di vino nell’altra. «Sei la mia puttana e ti amo da morire». I suoi occhi non potevo scorgerli e definirli nell’oscurità, ma sentivo il suo sguardo su di me. La sua voce era piena, mi placava quel senso di smarrimento e nonostante il terrore dell’inaspettato, mi sentivo protetta.
Sentii la porta aprirsi lentamente, riconobbi il rumore sulla moquette di qualcuno e in un secondo momento sentii il rumore di tacchi. Vidi la sagoma di un uomo che gattonava con la catena al collo ed alle sue spalle una donna che non riuscivo a definire. Teneva con grazia ma nello stesso tempo con soave sicurezza, il capo di quella catena. Capii che si trattava di una mistress, molto probabilmente era il suo schiavo quello a terra. Entrambi di bellissima presenza per ciò che potessi scorgere. Avevo il cuore letteralmente in gola. Non sapevo cosa fare. Il mio padrone mi fissava, non guardava nemmeno i suoi ospiti. Pronunciò con voce ferma: «liberalo». C’era pochissima luce rossa, non riuscivo a inquadrare la scena. Il suo imperativo nei confronti di quella donna mi fece capire che fosse opera sua. La sua mente perversa aveva progettato quello scenario e dalla mia posizione io ne sarei stata di certo la preda. Il cuore batteva nel petto e nelle tempie, lo sentivo ovunque, la mia vagina grondava. Dio quanto ero eccitata e spaventata.
Liberò il suo ostaggio che gattonando salì sul letto portando al mio fianco quella massa di muscoli ben definiti, sembravano oliati ed appena usciti da una seduta di body building, mentre il suo volto era coperto da una maschera di pelle scura. Era figo, molto sexy e mi eccitava averlo a fianco, ma ero scombussolata e molto spaventata. Dom posò il bicchiere e ordinò alla mistress di inginocchiarsi. Durante una sessione non potevo chiamarlo così, mi era solo concesso usare la parola padrone oppure il titolo “mio signore”, avrei voluto parlare, ma non potevo. In me crebbe un sentimento che non saprei definire. Odio, gelosia, forse invidia oppure semplice paura e senso di smarrimento. Dom è proprio questo, un creatore e gestore di sentimenti incontrollabili. Ora la vedevo bene la troia al cospetto del mio padrone, era una stangona anche se fosse in ginocchio, capelli mossi ed una mascherina che le copriva gli occhi. Corpo da valchiria e sicuramente seno rifatto. Il classico donnone a cui Dom dedica spesso i suoi pensieri.
Mi fissava con un ghigno sornione, mi spaventava sempre il non comprendere ciò che avesse in mente. Con gesto fermo e deciso afferrò la testa di quella donna ed avvicinandola al suo cazzo durissimo, glie lo sbatté nella bocca. Lei lo succhiava con devozione, lui godeva come un porco ma non mi distoglieva lo sguardo. “Sbattiglielo nella figa”, pronunciando questa frase guardando lo schiavo che attendeva al mio fianco come un cagnolino. Afferrò la troia per i capelli e si avvicinò a me, facendo gattonare anche la sua spompinatrice. Lo slave si mise il goldone, o meglio, non riuscendo a vedere il suo membro, capii dai gesti che stesse srotolando un preservativo. Ero in uno stato di ansia ed estasi. Non riuscivo a contenere quel turbinio di emozioni che sentivo nel profondo del mio ventre. In quel frangente capii di avere un’anima e che esiste davvero qualcosa di impalpabile dentro ognuno di noi. Nel mio corpo non sentivo nulla, erano emozioni recondite ed extrasensoriali prive di ogni controllo. Davanti al mio volto il cazzo del mio dio, bello turgido e pieno. Come piaceva a me. Quella puttana che gli leccava i coglioni depilati. Mi dava un senso di rabbia, ma avevo l’acquolina in bocca. Volevo farle vedere alla dilettante come si ciuccia il cazzo di un Dom. Sentii svuotarmi la figa, il bel fusto alle mie spalle mi sfilò il dildo viola che colmava il mio piacere ed iniziò a penetrarmi con il suo grosso arnese, come gli aveva ordinato il mio padrone. Ma quanto mi piace scopare!
Ero inerme, scopata a pecora da uno sconosciuto e dinanzi a me avevo il guardiano della mia anima con il cazzo pronto da infilare nella mia bocca. Il baldo schiavo spingeva come un forsennato, tanto che mi sembrò addirittura di sentire il plug nel mio buchino spinto dai suoi pollici. Forse smanacciava fra le mie chiappe, ma ero troppo eccitata ed impegnata a fare la porca, tutto ciò che stessi subendo era per me goduria. Nella stanza il rumore dei gemiti, era la cornice perfetta di una sessione in stile Dom. La donna leccapalle si alzò, si tolse il reggiseno e le sue bombe gonfie come due meloni, ornarono quel corpo divino, muscoloso al punto di avere similitudine alla conformazione mascolina, tipico di donne che vivono di fitness. Sembrava davvero una valchiria. Ora Dom mi prese per i capelli e mi sbatté il suo pene nella mia bocca da porca. Dio quanto mi piaceva essere la sua troia! Sentivo tutto, il cazzo del mastino che mi stava scopando, il mio padrone che lo incitava e nel contempo mi soffocava con l’ampiezza e la sua rigidità, la donnona che iniziò ad accarezzarmi e leccarmi la schiena. Il mio cuore pompava ad ogni gemito ed i loro respiri erano per me pura estasi. Ero legata, ero scopata da due uomini ed una donna mi leccava. Un oblio di piacere programmato dal mio unico Re, ed io ero l’unica Regina fortunata. La sua Regina. La sua puttana e schiava, per lui ero questo e mi sentivo tale.
Mi tolse il cazzo dalla bocca e diede l’ordine allo schiavo di spostarsi e di levarsi il profilattico. Egli eseguì ed andò in bagno per togliere il sapore di lattice da quel bellissimo pacco. La luce rossa della stanza non permetteva un’ottima visuale, ma scorsi il pisello in tiro di quel torello e per un attimo sperai tornasse il prima possibile, desideravo assaggiare quel frutto proibito. Quella stanza di motel ardeva, l’atmosfera era sempre più carica, intrisa dai gemiti e dai respiri. Il mio Master, si mise dietro di me, ero lavata, ero un vulcano di umori ma non ero ancora venuta a dovere, il mio orgasmo era vicino, sentivo il bisogno di esplodere e volevo farlo il prima possibile, a patto che non mi avesse liberato da quelle corde. Volevo godere fino ad ogni eccesso in quella costrizione. Ero a mio agio nella prigionia. Afferrò le mie chiappe, riconobbi le sue mani vigorose su di me, iniziò a scoparmi come solo lui sapeva fare, spingeva come un toro alternando la penetrazione da veloce a lenta, alternando di tanto in tanto con movimento circolare all’interno della mia vulva quel pacco così duro e terribilmente tosto. Sentivo la sua eccitazione. La donna di fianco a me venne attratta con un ordine diretto, si avvicinò e si fece proferire qualcosa presumo all’orecchio, a bassissima voce. Poi lei lo baciò mentre lui non smetteva di scoparmi a pecora come una puttana. Mi cavalcava con foga. Godevo troppo per farmi rapire dalla gelosia, non aveva mai baciato nessun’altra fino ad oggi davanti a me. Non riuscivo a pensare, godevo e ansimavo come una giumenta.
Mentre tornava lo schiavetto dal bagno sempre a gattoni, la donna mi prese per i capelli e mi avvicinò il volto alle sue mutandine in latex. Ero inebriata, ora sentivo anche l’effetto di tutto quel vino bevuto che influenzava la mia percezione. Rimasi sorpresa quando notai sotto le mutandine un rigonfiamento che aumentava. Si tolse le mutande e disse: «Tanti auguri Mira» e mi sbatté anch’essa il cazzo in bocca. Non potevo crederci, un terzo cazzone tutto per me! Ora mi trovavo con il mio Dom nella mia figa, il cazzo di Edra nella mia gola e lo schiavetto al mio fianco che mi leccava i capezzoli infilandosi con la testa sotto il mio corpo nudo e straziato dal piacere. Dom incitava la trans chiamandola per nome ordinandole di riempirmi la bocca e di stringermi i capelli, aggiungendo ordine allo schiavo di mettermi il suo cazzo nelle mie mani che cercavano nel vuoto curiose e avide di tatto. «Sei la mia porca» diceva «è una puttana» gli rispondeva Edra. Io non avevo neanche un secondo di respiro, avrei voluto partecipare al turpiloquio dicendo quanto stessi godendo, quanto fossi puttana, ma il branco non mi dava respiro.
Inutile apostrofare la scorpacciata di cazzi che feci quella sera, ma il rammentarmi il momento dell’esplosione di Dom nel mio culo è d’obbligo. Mi slegò i piedi e mentre la trans si faceva ciucciare il cazzo dal suo sguattero per mantenere l’erezione, dopo avermi slegato anche le mani, il mio padrone fece mettere sdraiato sul letto il bel fusto che aveva un pisellone enorme e venoso. Doveva essere talmente eccitato che si tratteneva dallo sborrare. Mi obbligò ad effettuare una 69 con lui, quindi la mia bocca sul suo cazzo e la sua lingua nella mia vagina. Ora Edra era dietro di me e sentivo il suo pene poco turgido ma presente nella mia figa. Colmava i miei desideri e la mia vulva piena con il clitoride lappato, mi trasmetteva un’incontenibile goduria prossima alla venuta. Dom si mise dietro ad Edra ed iniziò, dopo essersi incappucciato il pene, a scoparla con una violenza tale che ogni colpo nel culo di quella splendida creatura, si trasmetteva nella mia figa tramite il cazzo dell’essere mistico ed affascinante. Un trenino dove il motore spingeva per farmi sentire la sua presenza. Edra gridava come una cavalla, sentivamo tutto il suo godere, al punto che venne sbraitando e gemendo come una puttana. Il cazzo e la potenza del padrone le avevano provocato goduria nel giro di pochi minuti, facendole riempire il preservativo di sperma dentro la mia figa sempre più bagnata.
Edra si scostò, Dom con una foga allucinante si fiondò sulle mie chiappe e togliendosi il goldone afferrò del lubrificante oleoso e me lo spalmò nel buco del culo. Mentre trastullava il mio orifizio con le sue dita per prepararlo alla monta, la bellissima trans gli ciucciava quel cazzone prossimo alla goduria mentre lo schiavetto sbatteva la sua lingua sul mio clitoride profumato e grondante di umori. Ero pronta, ero eccitata, sapevo che avrei gridato come una zoccola, mi allargò le chiappe con decisione e con docili movimenti entrò nel mio ano. Dio quanto mi piaceva! Sentivo tutto, sentivo il suo respiro, sentivo il suo godere, la percezione della goduria andava amplificandosi ed adesso iniziava a spingere. Mollai il cazzo dalla bocca e gridai: «Padrone mi stai inculando. Dio che bello». Colpi netti e forti. Il mio culo sempre più largo ed il suo cazzo sempre più duro. Il cazzo nella mia bocca enorme. Edra mi accarezzava e mi diceva «godi bella puttana» con quella voce sinuosa. Dietro invece mi stava sfondando letteralmente ed io dovevo esplodere. Ero la sua puttana condivisa. Non riuscii a trattenermi e raggiunto l’orgasmo iniziai a gridare come una forsennata, e più gridavo, più i due cavalli si davano da fare. Mentre spingeva nel mio culo, Tobia lo schiavo, leccava e colpiva con la sua lingua. L’orgasmo perdurò per un quarto d’ora, ero sfinita, mi sdraiai supina sul letto, i due stalloni mi riempirono di sborra segandosi su di me. Non saprei quanti orgasmi ebbi in quel frangente. Mi assopii improvvisa, in una dormiveglia rigenerante. I miei muscoli erano tesissimi, sentivo solo il grugnire di un pompino animalesco al mio fianco ed una lingua che batteva tra le mie cosce. Mi addormentai.
Quando rinvenni e lo stordimento dell’alcool fu semi-svanito, era sulla poltrona con un bicchiere di whisky ed un sigaro che fumava. C’era il silenzio a fargli compagnia ed i suoi occhi su di me. I due ospiti non vi erano più nella stanza, nemmeno l’odore del latex che portavano con loro. Dom e sigaro, significavano pace ed orgoglio, ma questo nessuno poteva saperlo.

