Sei una Brat

Brat, questa parola significa monella, ed è proprio la sua perfetta descrizione. Monella, ribelle, sfacciatamente testarda e disobbediente. È il vestito della sua anima. Audace, dal carattere spigoloso, forte e dannatamente bella. Tutte le volte che si arroga i titoli di “indomabile, invincibile, infrenabile” oppure, come ha osato ieri dirmi, la frase “io non sarò mai di tua proprietà”, mi diletto a farle sentire prima le sberle sul culo, poi, a volte, dopo che esagera con il suo ribellarsi, finisco per legarla e scoparla forte. La sua punizione è quasi sempre il rough sex, la mia arma preferita. Oggi no. Non oggi! Sarà la mia Rabbia ispiratrice a decidere la sorte. Ha esagerato nelle sue manifestazioni di ribellione ed ostentazione. Non rispetta le gerarchie. Di sicuro non le farò mancare la mia passione per lo spanking. No, di certo, anzi. Oggi ho in serbo una punizione che se la ricorderà per diverso tempo. Non sarà un semplice sculacciare con sesso al seguito. Sì, avrò come sempre la mia parte di goduria, ma stavolta, voglio creare una di quelle crepe che fendono e rimangono come cicatrici nell’anima. Una cosa avrebbe dovuto fare, una semplice cosa. Per farsi perdonare attendevo una lettera di scuse e doveva scriverla in modo convincente. Non mi importa se tornando a casa avesse come sempre dovuto rivestire i panni di madre e di moglie, quindi usare la scusa di essere stata impossibilitata a scrivere due righe. Attendevo delle scuse scritte, e le ho lasciato poche ore per farlo.

Quella lettera l’appenderò in bella vista per far sì che tutte la possano ammirare e venerare come monito di una punizione. Dimostrerò che essere una brat nel mio tempio non è permesso. Ovviamente l’ho fatto a posta a dare poche ore. Da lei pretendo una dimostrazione. Da lei pretendo molto di più. Ma come al solito, ha disobbedito.

Volendo, avrebbe potuto inventarsi una banale scusa per uscire di casa con un pezzo di carta ed una penna, oppure chiudersi in bagno cinque fottutissimi minuti oppure inventare qualsiasi cosa. Non è un mio problema. L’offesa è grave e mi ha toccato nel profondo. Lei, la mia prima schiava, l’unica che durante le sessioni delle sue sorelle può starmi accanto ed interagire su di loro. Lei sa benissimo che mi ha offeso. Lei ha voluto farlo, come suo solito, solo per dimostrarmi che è coriacea e che deve distinguersi dalle altre.

Ha disobbedito al mio comando. La più bella tra tutte, la prima del mio parco slave, l’unica che darebbe la vita per me. Da quando la conosco lei è diventata il mio unicorno. Le altre ragazze lo hanno percepito e le invidie stanno emergendo sempre più. A partire dal mio sfiorarle i capelli lunghi neri, baciarle spesso il viso affilato e sempre roseo. Il modo in cui le fisso quei grandi occhioni e gli schiaffi seguiti da pacche che elevo su quel culo tondo, sorretto da gambe lunghe ed affusolate. Quarantadue anni portati divinamente. La più bella delle mie quattro schiave. Le ragazze lo notano: ha sempre avuto più attenzioni e nessuno conosce davvero la storia che io e lei abbiamo avuto fuori dalle sessioni. Ci gioca molto sull’essere la prediletta e ultimamente fa davvero la stronzetta. Io amo il suo essere, amo il modo che ha di porsi come prima donna sulle altre, amo il suo essere ribelle per essere scopata con forza, spesso e volentieri, davanti alle altre. Io godo di lei mentre lei gode nel marcare il territorio, ostentando il suo primeggiare nei loro confronti. Ma quello che ha fatto non può rimanere impunito. Questa volta le darò un messaggio che probabilmente la allontanerà da me. Forse per sempre. Non mi importa, sono determinato. La stimo da sempre ma non doveva ferirmi. Ora mentre scrivo questa pagina di diario, loro sono tutte e cinque in ginocchio di fronte a me. Tra me e loro solo una scrivania. Lei, la più troia di tutte, ha il sorrisetto sulla bocca e, invece di stare in ginocchio come da ordine, si è messa seduta. Tutte le altre sono lì, disciplinate, più giovani di lei e con più voglia di dimostrare l’essenza di una vera sottomessa.

Leggo ora, per la centesima volta oggi, quel pezzo di carta scritto appena arrivata. È entrata in ritardo come al solito, senza salutare le altre. Paola e Stefania sono arrivate al punto di far finta di non conoscerla mentre Carla, per via della sua matura età, la gestisce con distanza e freddezza. Forse perché hanno in comune l’istinto materno e riesce a entrare in empatia con lei.

O forse devo smetterla di fare congetture e cercare del positivo in tutto. Lei è una fottutissima Brat, la mia più bella schiava e la più irriverente. Ho sempre sbagliato a trattarla da prima donna e da prediletta. Ora più la guardo seduta più mi fa spazientire. La fisso, senza battere un cenno né con gli occhi, né con le labbra. Il mio sguardo recita con freddezza: “devi metterti in ginocchio come tutte le altre”. Imperterrita, dondola la testa come fosse una bambina viziata e incrocia le gambe, come per farmi capire che non c’è assolutamente possibilità che lei possa eseguire il mio ordine. Fosse stata da sola, si sarebbe piegata, magari dopo qualche costrizione fisica; essendo però al fianco di altre tre che obbediscono al mio schiocco di dita, so che non sarà facile ottenere che mi ascolti. Più stringo quel pezzo di carta, più mi arrabbio, più leggo, più sento il profumo della sua pelle, come una scia nella mia mente. Immagino e percepisco con l’immaginazione il suono della frusta che smuove la pelle sui suoi glutei, mentre tra uno schiocco e l’altro la bacio e respiro il suo essere. Il suo profumo! Anche lontano un miglio io ho dentro di me il suo profumo. Il pezzo di carta recita testualmente: “NON SARAI MAI MIO MARITO!!!” Scritto in stampatello marcato con 3 punti esclamativi. Brat nell’anima. Brat che vuole ferire. Semplicemente Brat.

Più leggo e più sento il suo odore nell’aria, il suo profumo distintivo, la lozione che utilizza sulla sua pelle, che mi fa tanto impazzire. Ma non è nelle mie narici, lo sento nello stomaco, lo sento nella testa e lo sento nella pancia. Mi ha offeso e spaccato come solo lei può fare.

Anni fa io e lei dovevamo essere sull’altare, giovani ed innamorati. L’idea era quella di sposarci e vivere la nostra storia di master e slave per tutta la vita. Poi tutto svanì nel nulla e ci eravamo persi di vista. Si ripresenta oggi, dopo sei anni, più bella di prima ma più debole. Madre di due figli ed un marito senza polso. Il dio denaro ha ucciso sogni e speranze di una fanciulla ribelle in cerca di una vita agiata. Ma ai miei occhi sei e rimani una slave. Necessiti di un padrone, rude e spietato. Non lo hai trovato, e sei tornata da me, implorando perdono e sottomissione, sperando che io abbia fermato il tempo. Sei andata via dal tuo padrone, ti sei fatta scopare e sei tornata! Pensando che ti avrei aspettata. Ora al tuo ritorno, hai scoperto che ho fatto carriera, tanto denaro e che sono un padrone con tanto di schiave ed attrezzatura. Oggi ti darò una punizione che ti ricorderai tutta la vita. Adesso rileggo per l’ultima volta il messaggio e termino questa pagina. Forse sarà l’ultima che parla di te. Forse no. Ciò che conta è che oggi capirai come cambia il tempo e come cambiano le persone con lui.


Poggiai la penna sulla scrivania, dissi a Paola di alzarsi in piedi, di leggere il biglietto ad alta voce. Obbedì. Con la sua voce cristallina. Lesse: «Non sarai mai mio marito». Le ragazze mi guardavano e io chiesi anche a Carla e Stefania di alzarsi in piedi e di leggere il biglietto. Loro eseguirono. Adesso la troietta è l’unica che rimane a terra e ride con aria di sfida guardando dal basso le sorelle con vanità e distanza. Io le mie schiave le chiamavo così e lo faccio tutt’oggi. Non importava se fossero mie oppure in prestito. Chiunque entrasse nel mio studio, diventava una Sorella. Valeva solo per le donne. Il club era il mio e decidevo le regole. Gli uomini li gestiva lady Elvira ed era colei che mi aiutava ad organizzare eventi ed orari di utilizzo del piccolo studio. Ogni volta, Lei, Brat che non è altro, ribadiva ad alta voce di non essere sorella di nessuna di loro. Ovvio e automatico era il mio punire e lei sapendolo, ci giocava molto. Lei era la mia schiava monella e doveva sempre ostentare ribellione.

Ora le mie tre ragazze avevano letto il biglietto, una di loro, particolarmente adirata, mi guardò e si inginocchiò di fronte a me. Me lo aspettavo, era tutto nei miei piani, tutto nella mia testa, tutto programmato. Attendevo la sua uscita. Ed arrivò subito: «Ti prego padrone, permettimi di poter abbandonare il tempio». «Ti è proibito». «Ti prego mio padrone, non resisto». Paola, molto sensibile, era la mia compagna fuori dai giochi a quel tempo. Vivevamo insieme da diverso tempo e devo dire che eravamo molto felici, soprattutto nell’essere in grado di condividere le nostre passioni. Ovviamente Valeria, la schiava Brat per eccellenza non sapeva nulla. «Non puoi lasciare la sessione». Fu il mio ordine nei confronti di Paola. All’interno del piccolo club, nessuno sapeva del mio passato e della storia che ci fu tra me e Valeria. Lì dentro io ero il padrone autoritario ed erano tutte mie, fuori da lì ero il perfetto uomo solitario, che non incrocerebbe nessuno, in quanto non interessato alla vita sociale tradizionale. «Ti ordino di spiegare alla schiava Valeria chi sei e come stanno le cose». Paola, girandosi verso Valeria, si alzò in piedi e le sfoggiò davanti alla faccia un volto duro e tetro. Uno sguardo come di chi vuol far capire che nessuno possa cambiare gli eventi delle cose. Senza parole, senza fiatare, si fissarono con aria di sfida. «È il mio compagno» le disse Paola. Io mi godevo la situazione, avevo un piano in mente. Meraviglioso, semplicemente perfetto. Avrei fatto sfogare la mia attuale compagna e la mia ex compagna. «Alzati in piedi brutta troia» dissi a Valeria. Lei, chiaramente toccata e visibilmente intontita dalla situazione, si mise davanti a Paola con aria di sfida. Questa volta la Brat non si ribellava, evidentemente aveva capito che non avrebbe ottenuto punizioni, bensì un problema da risolvere. L’aria nel dungeon era pesante, si poteva tagliare con un coltello. Io comunque le tenevo tutte metaforicamente a guinzaglio. Nessuna si sarebbe permessa di fare scenate di gelosia. Sapevano bene quanto odiassi le oche starnazzanti. Ordinai quindi alle ragazze di legare Valeria per il rapimento. Le tre ragazze sapevano di cosa stessi parlando, avevo spiegato loro che i polsi dovevano essere stretti, le gambe incatenate ma libere per camminare ed il collare con guinzaglio. Doveva essere pronta per la traina. Vidi Valeria attonita e frastornata nella ricerca di comprensione. Ora le tre schiave obbedienti capirono perché nei mesi precedenti, avevo preso una stanza in affitto temporaneo al piano superiore. Un inquilino accettò di darmi il suo studio di pittura per realizzare un set fotografico. Avevo pianificato tutto. Paola mi guardava come colei che capisce sin dove la mia mente crudele poteva spingersi. «Legatela, mani e piedi». Tutto improvvisato in quel frangente, loro rimasero in piedi, statuarie a guardarmi per vedere la reazione che potesse avere chiunque in quella stanza. «Ho detto legatela, muovetevi» ruggendo di rabbia la seconda volta. I polsi immediatamente erano stati fasciati con del nastro adesivo, mentre i piedi, sotto mio dettaglio tecnico, incatenati a mo’ di prigioniero. A piedi nudi. «Mettetele un guinzaglio». Non faceva più forza, non si ribellava più. Vedeva il mio fare sul serio e capì la mia premeditazione. Il suo sguardo fisso su di me mentre le altre tre la manipolavano.

Ora la mia rabbia era pura, in quella decisione c’era tutto. Vendetta, giustizia, rabbia, passione, dispetto, rivalsa, furia. Io la fissavo, mento basso e occhi di sfida, lei immobile a subire il mio sguardo e Paola che un po’ guardava me ed un po’ guardava lei, per carpire sentimenti e intrighi e poter scoprire se vi fossero altarini. Le altre due, obbedienti e scrupolose, eseguivano senza batter ciglio come due operose sotto gli occhi di un padrone severo e scomodo. «Mio signore è pronta» disse Paola. Mi avvicinai a Valeria, la sua testa sempre alta per via dell’anima ribelle. Non si piegava la ragazza. «Devi dire qualcosa al tuo padrone?» «Tu non sei il mio padrone». Nel silenzio, sbirciando alle mie spalle le tre cagne con sguardi sfuggenti e rapidi, notando che Paola era agitata a differenza di Stefania e Carla che attendevano con devota pazienza un mio cenno di qualunque natura. «Ripeto, per l’ultima volta, devi dire qualcosa?» Valeria mi guardava e piano piano il suo viso rivolto verso l’alto, a dimostrare fierezza e potenza, iniziò lentamente a scendere. Sintomo di repressione e debolezza. «Va bene!» Iniziai un breve monologo che mi ero preparato a sciorinare con grande sete di vendetta. «Anni fa io e la qui presente Valeria, legata e nuda come una schiava inerme, eravamo amanti e futuri sposi. Se ne andò, scegliendo il denaro. Oggi la cagna è tornata strisciando perché le mancava la mano del padrone. E cosa succede adesso?» Mi voltai verso le schiave dove Stefania e Carla mi guardavano incuriosite in attesa di scoprire un mistero mentre Paola guardava a terra. Ripresi il discorso iniziando a camminare. Anche Valeria guardava a terra. «Succede che qualcuno qui dentro, ha deciso di voler cambiare le cose. Qualcuno ha deciso di disobbedire. Qualcuno ha addirittura varcato la soglia di un altro dungeon, di un altro padrone». Valeria adesso aveva lo sguardo a terra, Stefania e Carla incredule si guardarono tra loro e Paola ferma immobile come l’avevo lasciata. «Pensavi che io non sapessi nulla». Faccia a faccia con Valeria, più bella che mai. Quelle poche volte che la sottomissione riusciva ad avere la meglio su di lei, la sua bellezza diveniva pura. Alzò il volto, mi guardò, iniziando una frase come per volersi scusare, come per farmi capire che io l’avessi sottomessa e che accettava di buon grado la posizione. Come se quello fosse il solito gioco e che sarebbe finito con una scopata violenta e poi, tutto sarebbe potuto ricominciare. Le appoggiai con delicatezza il dito indice sulla bocca, tastando il morbido gonfiore delle labbra a forma di cuore, interrompendone l’apertura. «Silenzio» facendo cenno di non parlare. Ancora con il dito sulla bocca di Valeria comandai: «Legatela». Tra i mugugni di stupore e i movimenti alle mie spalle, percepii ovviamente che Stefania e Carla si dicevano tra loro che Valeria fosse già in scacco e che non aveva alcun senso ciò che stessi dicendo. Mi voltai, e andai di fronte a Paola, che guardava il pavimento, ferma, immobile, terrorizzata. Come se sapesse cosa stessi per fare. In fondo, la mia furia la conosceva. La tempesta arrivava sempre con piccoli preavvisi. Le alzai il volto con due dita ed i suoi occhi si fiondarono su Valeria alle mie spalle. Non aveva il coraggio di guardarmi. «E quindi, le due sorelline si sono fatte scopare da un altro Master». Ridendo con ironia, come di colui che svela un segreto alla fine di una vicenda intricata, le due schiave incredule e sbigottite si ammutolirono mentre Valeria e Paola, ai miei occhi ora le due brat svelate, non si tolsero gli occhi di dosso. Come se quella fosse stata l’unica loro ancora di salvezza, come se si potessero far forza l’un l’altra e poterne uscire pulite. Come se, senza ombra di dubbio, la loro alleanza segreta a mio discapito, fosse stata scoperta e la vergogna e l’imbarazzo, sarebbero affiorati di lì a breve. «Sono mesi che frequentate il signor Arlem, o sbaglio». «Sì, perché…» «O sbaglio!!!» Inveendo aspramente con tono superiore per zittire la cagna che cercava di trovare scuse, bloccandole la replica sul nascere. «Legatela, subito!!» In men che non si dica, nella paura più totale, Stefania e Carla fecero la stessa cosa con Paola, a differenza dell’altra, chiesi a loro di tapparle quella bocca malefica. Se c’era una cosa che odiavo più di una bugia, era proprio l’aria che fuoriuscendo dalle labbra, componeva una scusa. Non era mai successo prima, Stefania, l’ultima arrivata, la più giovane, aveva un’aria di stordimento, come quando ci si accorge che non è più un gioco ma una cosa seria e risentita. Capita spesso a una novizia di arrivare a distorcere il senso di appartenenza. Quel sottile passaggio da realtà b.d.s.m. e sesso per trasgressione e gioco. Mi avvicinai a lei, la carezzai in volto e le diedi un bacio sulla guancia. Subito placai il suo terrore sul nascere. Di lì a poco, sarebbe tornata a suo agio, doveva solo godersi lo spettacolo che avevo messo in piedi e che volevo svelare. Mi godevo solo la mia superiorità con le due ribelli. Una, compagna di vita e l’altra, ex compagna ed ancora nel mio cuore. Entrambe infami e ribelli. Forse questo tratto distintivo io lo amavo, perché avevo qualcosa da punire in loro. Presi il telefono sulla mia scrivania e mentre attendevo la risposta dall’altro capo, chiusi la mia agenda e stropicciando il biglietto di Valeria lo buttai nel cestino, senza rileggere la frase scritta. Rispose: «Padrone». «È tutto pronto, potete entrare. Non fate troppo rumore». Tutte e quattro, inermi, sconvolte e destabilizzate. Valeria mi guardava in silenzio, Paola, seduta a terra, vicino alla croce di sant’Andrea che si dimenava perché avrebbe voluto parlare, Stefania guardava Carla che a sua volta faceva lo stesso con più pacatezza. «Paola, Stefania, copritevi e venite con me». I loro seni erano scoperti per via del bustino che indossavano. Misero ognuna la propria vestaglia e uscimmo dal dungeon che si trovava al piano interrato del palazzo. Mentre uscivamo, incrociammo Arlem e una decina di uomini tra i venticinque ed i quarant’anni circa. Si fermò con alle spalle la compagnia di ragazzi bianchi, ragazzi neri e c’era anche un cinese o forse coreano. «Ci sono tutti?» «No mio signore, ne mancano tre». «Va bene lo stesso» gli dissi e aggiunsi: «Prendetele e portatele all’ultimo piano». «Sissignore». Stefania e Carla, capirono che il mio piano era stato organizzare quell’orda. I ragazzi si incappucciarono con un passamontagna nero ed entrando nel seminterrato, caricarono le due Brat in spalla e le portarono al piano indicato. Si dimenavano e solo Valeria poteva strillare, Paola era già imbavagliata. Giro di nastro sulla bocca ed ora entrambe non potevano parlare. Nessuno doveva sentire nel palazzo il rapimento. Nessuno avrebbe dovuto sentire un fiato nella rampa di scale.

Stefania e Carla si sedettero al mio fianco. Lo studio era molto grande, vuoto al centro dove era stato posizionato un materasso ed a terra vari cuscini. Le tele del pittore, tutte attorno, rendevano l’ambiente suggestivo ed artistico, c’erano dei riflettori che puntavano sul materasso. Avevo ricostruito un vero set per girare una scena. «Quello che vedrete oggi è quello che ogni donna desidera, ed io donerò loro questo piacere». Lo dissi alle mie due fedeli, in modo ironico. Si capiva che quella, anche se potesse essere stata un’avventura atta a soddisfare desideri reconditi di donna, era in quel contesto una vera e propria punizione. Vi era anche un ragazzo, sui quarant’anni circa, con in mano una videocamera, pronto a registrare tutto ciò che sarebbe accaduto in quella stanza. Misi una maschera, mi alzai in piedi e mi avviai al centro della scena, tenendo il materasso alle spalle. «Inizia a girare». Avviò la telecamera su di me. «Ed ora, vedrete la punizione che ogni schiava disobbediente ed infame, debba ricevere». Feci gesto di inquadrare la porta chiusa. «Oggi vi presento: la punizione!». Si aprì la porta, entrarono con le due schiave in spalla ai due più grossi, aiutati da altri. Strattoni, spintoni, sberle sul culo. Vennero gettate sul materasso ed i loro occhi subito ripresi dall’operatore, delineavano la paura e la costrizione recepita. Tutta da affrontare. I ragazzi si disposero in cerchio attorno a loro, pronti a ricevere il comando. Arlem, fuori dalla scena, mise anch’egli una maschera e si affiancò a me. La camera ci inquadrò, disse la sua battuta, come gli avevo ordinato. «Questa punizione è stata ordinata dal loro unico padrone. Una schiava non deve mai tradire il proprio Master. Io oggi, qui, sono al servizio del vostro e mio padrone». Fu in quel frangente che le prede sul materasso appresero che Arlem era un master in formazione. Lo era stato sin dal principio e che loro facevano parte di un disegno. Mi avvicinai a loro. Era l’ultima quiete, dopo di che, erano tutti pronti già con il cazzo in mano, ed i cappucci in testa. «Siete pentite di ciò che avete fatto?» Nonostante fossero state liberate dal bavaglio e dalle catene ai piedi, non fiatavano e non cercavano la fuga. Si guardavano tra loro. Paola, dava qualche cenno di pentimento, Valeria, troppo orgogliosa, non dava cenno di alcun sentimento. Piccolo gioco di sguardi, e poi il mio ordine. «Violentate queste troie». Girai il mio volto in camera e come per fare il segno del ciak cinematografico con uno immaginario tra le mie mani dissi: «Rough gang bang, nessuna pietà».

Le scoparono, ne abusarono totalmente, le manipolarono per più di un’ora. Sborra, piscia, pompini soffocanti al limite di vomito con continui colpi di conato. Stefania e Carla guardavano la scena. Una violenza sessuale da veri professionisti. Fisting anale e vaginale, triple penetrazioni e tutto ciò che a quegli stalloni passava per la testa. È come se non vedessero figa da tempo. Due carcerate stuprate, seviziate come due vacche da spolpare. I loro orifizi erano pieni di sperma ed i loro culi sporchi anche di piccole scie di feci. Non era un limite per nessuno, l’orda le scopava e le schiaffeggiava anche in volto. Mentre un cazzo usciva dal buco del culo di una, ne arrivava subito un altro più duro e nervoso. Le bocche erano violacee e stanche di succhiare cazzi ed i loro capelli, intrisi di sperma e bava, venivano strattonati e tirati da mani ruvide e ostili. Cagne bavose, scopate in ginocchio, sdraiate, a pecora, ribaltate tra i cuscini come fossero capre da tosare. Letteralmente alla mercé dei loro rapitori. Da fuori, sembrava un mucchio di iene affamate che si contendevano la figa, il culo e la bocca di due agnellini indifesi. Troie abusate, sfinite, senza fiato e costrette ad ingoiare ogni orgasmo di quegli orsi. «Andiamo ragazze» dissi alle mie «la tortura durerà tutta sera». Si aprì la porta ed entrarono altri sei bestioni, già incappucciati, guidati da un altro capo. «Mr Carnaval». «Master Caio, buongiorno». «Come vedi mantengo le promesse e ti ho portato i miei adepti». Caio era un amico di Pavia. Tra master nel settore ci si conosce, ed io avevo un debito con lui. Tempo addietro mi prestò il suo spazio nel suo locale per una festa a tema. In cambio gli avevo promesso delle schiave da scopare. Aveva la passione per il b.d.s.m. al punto di aprire un locale con il nome “la taverna del sadico”. Non aveva schiave e non aveva mai partecipato ad una vera sessione. Aveva un gruppo di amici puttanieri che, una o due volte al mese, radunava per realizzare feste con puttane a pagamento. Io lo invitai, con tutti i suoi colleghi di scopata, per offrire loro le due più grandi troie che loro avessero mai visto. Ovviamente il tutto da me offerto. Mi avvicinai alle mie due prigioniere, intrise ormai di ogni liquido possibile. Sembrava la fine una guerra. I ragazzi si fermarono un secondo mentre uno toglieva il cazzo nero e pomposo dalla bocca di Valeria, esausta e con gli occhi gonfi e rossastri. Bava e sborra le colavano dalle labbra. Fissai anche Paola con uno sguardo di ribrezzo. «Buona continuazione troie… Addio». Le lasciammo con la seconda orda carica e con i coglioni pieni da svuotare.

Le mie due schiave mi stavano attaccate come se fossi il loro protettore. Il loro collare adesso era più stretto di prima. Nelle mie mani invece, il collare delle due puttane traditrici, tolto da Arlem durante il trasporto sulle scale. Nel mio dungeon, sulla scrivania rossa, quei due vuoti collari, tornati al loro posto, davano un’aria diversa al mio studio. Un senso di vuoto da colmare. Le ragazze al mio fianco si chiesero tra loro, sottovoce, se mai Valeria o Paola ne avessero mai ripreso possesso. Forse, non le avrebbero nemmeno mai più riviste. Non si aspettavano una collera così ardita da parte mia. Scoprirono un lato brutale di me che non si sarebbero mai immaginate. Io pensavo, semplicemente a una cosa: se mai fossero tornate, le punizioni sarebbero state ancora più pungenti. Presi il diario, aprendolo alla pagina dove lo avevo lasciato. Ordinai a Carla e Stefania di spogliarsi, ero carico e voglioso di scoparmi le mie schiave. Prima chiesi a Stefania di andare a scrivere la fine del mio pensiero. Camminando nuda e sinuosa, arrivò alla scrivania e senza sedersi impugnò la penna. Iniziai a dettare:


“Una Brat, è e rimane per sempre una Brat. Non la si può cambiare, non la si può modellare. Non si può sperare di piegarla e renderla schiava devota. Una Brat non sarà mai libera tra le catene di un Master e non sarà mai libera da se stessa. Una Brat bisogna solo e semplicemente punirla. Un Master, è e rimarrà sempre un Master.”